lunedì 13 febbraio 2017

PIU' PLASTICA O 30mila POSTI DI LAVORO?

Con gli attuali ritmi di consumo e senza interventi radicali, entro metà secolo il peso dei rifiuti plastici dispersi in mare supererà quello dei pesci: uno scenario impensabile fino a pochi decenni fa ma sempre più attuale (le cinque, sconfinate, isole di plastica negli oceani sono lì a dimostrarlo). I calcoli sono contenuti in un rapporto (The New plastic economy) frutto della collaborazione fra Ellen MacArthur Foundation e World Economic Forum, che sottolinea, tra l’altro, come l’inquinamento marino non sia l’unico dei problemi connessi con l’uso della plastica negli imballaggi: le attività di produzione e trasformazione di tale materiale consumeranno infatti un quinto del petrolio estratto annualmente e causeranno, come conseguenza, l’emissione del 15% del budget annuale di carbonio che il mondo può permettersi se vuole davvero mantenere l’aumento della temperatura globale sotto i 2°C.



E in Italia? In Italia abbiamo il Consorzio obbligatorio per i riciclaggio della plastica, il COREPLA con dei tassi di riciclo che sono sostanzialmente fermi, da ormai un quinquennio, a poco più di 190mila tonnellate all’anno, pari a circa il 43% delle quantità immesse al consumo. Praticamente la metà rispetto alle migliori performance europee fatte segnare da Germania, Svezia e Norvegia e una quindicina di punti percentuali in meno della media continentale.

Se la percentuale di riciclaggio salisse al 70% questo avverrebbe creando 30mila posti di lavoro. Allora ripeto la domanda iniziale, è meglio avere più plastica in mare o più posti di lavoro?