Nel 2011 Amnesty International pubblica un rapporto dal titolo “Trasferimenti di armi in Medio Oriente e Africa del Nord: le lezioni per un efficace trattato sul commercio di armi”, nel quale l’organizzazione non governativa esamina le esportazioni verso Bahrein, Egitto, Siria, Libia e Yemen. Anche l’Italia appare, in questo caso, tra i principali Paesi esportatori: ad esempio è tra i 10 Paesi che hanno autorizzato la fornitura di armi e munizioni al regime del colonnello Gheddafi, in Libia. Purtroppo non è l’unico e mentre da un lato c’è chi muore, dall’altro qualcuno ci guadagna, e molto. La Costituzione italiana all’art. 11 recita: “L’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali”. Come conciliare tale principio con il supporto a regimi totalitari come quello libico? Che senso ha inneggiare alla pace quando gli interessi economici vanno nella direzione opposta?
La produzione internazionale
Il giro d’affari che ruota attorno alla produzione di materiale bellico è uno tra i più floridi al mondo. Basti pensare che nel periodo 2008/2012 il traffico di armi ha subito un incremento del 17% rispetto al periodo 2003/2007. Chi vende? Chi compra? Pensiamo alle regioni in cui sono aperti i conflitti negli ultimi anni: appare lampante che la guerra è a Oriente. Questa è una credenza comune a molti occidentali che vedono i rispettivi Paesi come luoghi pacifici. Eppure è proprio il nostro “tranquillo” Occidente a fornire armi a tutti quei Paesi dilaniati da guerre e tensioni. I due cardinali venditori sono ovviamente due delle maggiori potenze mon diali: Stati Uniti (30% delle esportazioni mondiali di armi) e Russia (26%). Il 45% delle armi americane esportate sono dirette in Asia e Oceania. È interessante notare come Iraq e Afghanistan siano diventate due delle principali mete delle
esportazioni americane da quando gli Stati Uniti hanno ordinato il ritiro delle forze armate da quegli stessi luoghi. La Russia, d’altronde, con un portafoglio ordini attualmente di circa 46 miliardi di dollari, segue a ruota gli Stati Uniti; le prime mete sono, anche in questo caso, Asia e Oceania. Scorrendo i dati, quindi, è possibile ricostruire le performance dei cinque principali fornitori di armi nel periodo 2007-2011. Stati Uniti e Russia, da soli, coprono il 54% delle esportazioni mondiali. Gli altri tre sono Germania (9%), Francia (8%) e Regno Unito (4%). Ultimamente, tuttavia, quest’ultima è stata sostituita dalla Cina. Nell’ultimo ventennio, i produttori d’armi hanno proceduto ad assorbimenti ed alleanze anche internazionali, proprio per sostenere le difficoltà produttive e i costi crescenti connessi a mezzi sempre più sofisticati. BAE, Thales, Eads, Finmeccanica sono le grandi unioni europee che cercano di competere con i colossi statunitensi della celebre Lockheed Martin e affini.
Dove arrivano le armi e i conflitti dimenticati nel mondo
Gli Stati che più di tutti importano armi sono: India, Cina, Pakistan, Sud Corea e Singapore. È fondamentale ricordare che sono sessanta gli Stati coinvolti in conflitti. Più da vicino: • In Africa i Paesi in guerra sono 24 e si arriva a 115 gruppi armati; i punti caldi si trovano nel Darfur, Libia, Mali, Nigeria, Puntland, Repubblica Centrafricana, Repubblica Democratica del Congo, Somalia, Somaliland. • L’Asia conta 15 Stati e 113 milizie; le zone di maggior tensione sono la Corea del Nord, la Corea del Sud, l’Afghanistan, la Birmania-Myanmar e il Pakistan. • Nel Medio Oriente si trovano 8 go verni e 112 militanze che operano in Iraq, Israele, Siria, Turchia, Yemen. • Il nostro continente, l’Europa, vanta 8 Stati invischiati in conflitti armati, oltre a 61 diverse organizzazioni attrezzate; le aree interessate sono la Cecenia e il Daghestan. • L’America vede coinvolti 5 Paesi e altre 25 gruppi organizzati coinvolti in particolare nei traffici di droga. I punti caldi si trovano in Colombia e Messico.
L’immunità alla crisi
Tornando al rapporto di Amnesty International, i curatori evidenziano:“Il mondo ha bisogno che si valuti rigorosamente ogni proposta di trasferimento di armi in modo tale che, se c’è il rischio che queste potranno essere usate per compiere o facilitare gravi violazioni dei diritti umani, il governo dovrà mostrare il semaforo rosso”. Tuttavia, essendo il settore degli armamenti legato alle esigenze di sicurezza interna e internazionale, esso gode di tutta una serie di sovvenzioni statali dirette o indirette che lo hanno preservato dalla crisi, tra cui la minaccia terroristica, oltre che le tensioni fra i diversi Stati spesso confinanti tra loro (basti pensare alle ostilità e alle minacce tra le due Coree).
Il made in Italy
Quello delle armi è, quindi, un business internazionale che ogni anno macina miliardi, un mercato che, sia per quanto riguarda l’Italia che gli altri Paesi produttori, è stabile anche nel pieno della crisi economica: in alcuni Stati questo è un settore persino in crescita. E proprio uno di questi Stati su cui è necessario focalizzare l’attenzione è esattamente il Bel Paese. Mentre in tutto il mondo si notavano i primi allarmanti segni del tracollo economico, nel 2009, in Italia si registrava un aumento del 64% nel commercio di armamenti. Secondo i dati del SIPRI – l’istituto internazionale di ricerca per la Pace di Stoccolma, che si occupa dello studio delle origini dei conflitti, delle ragioni e ne vaglia le possibili soluzioni – l’Italia, infatti, si colloca al quinto posto della classifica mondiale come Paese produttore di ma teriale bellico, all’ottavo come esportare di questo e ben undici aziende italiane, in primis Finmeccanica, rientrano nella top 100. I fornitori privilegiati sono gli Stati Uniti e la Germania. Sul versante delle esportazioni, L’Italia ha venduto armi per 3,2 miliardi di dollari in cinque anni (2007-2011) a vari paesi, tra cui la Libia. Il made in Italy delle armi ha acquisito la sua evidente notorietà anche grazie alle famigerate mine terrestri e antiuomo. Fino ai primi anni Novanta, soprattutto grazie all’industria Oto Melara, siamo stati uno dei principali Paesi produttori di questo genere di ordigni, la cui fabbricazione oggi è proibita. Nel 1997 si contava, infatti, nel nostro Paese, uno stoccaggio di 7 milioni di mine antiuomo, mentre nel 2003 veniva annunciato il suo definitivo smantellamento. La punta di diamante della Tecnovar Italiana Spa e della Fincantieri era rappresentata dalle TC6, un ordigno dal potere distruttivo devastante, una mina antiuomo che ancora oggi miete vittime nel mondo. In Afghanistan, la maggior parte delle armi usate sono proprio le mine TC6 modificate, di costruzione italiana. Proprio questi dispositivi sono stati i responsabili di morti fra i nostri stessi connazionali in missione di pace. Altre produttrici di tali congegni sono la Valsella meccano tecnica spa e la Seispa, entrambe con sede nel bresciano. “Finchè c’è guerra c’è speranza” Alberto Sordi intitolava un suo film “Finchè c’è guerra, c’è speranza“. C’è speranza per gli imprenditori e per le tasse che lo Stato appone su un commercio di questo tipo. L’Italia negli ultimi anni ha prediletto tratte commerciali con aree del pianeta di maggiore instabilità: non solo Gheddafi, di cui è stata, appunto, il principale fornitore, ma secondo le indagine svolte da Amnesty International, il nostro governo ha contribuito a fornire materiale bellico a autorità classificate come repressive nel Medio Oriente e nel Nord Africa. L’Italia è stato l’unico Paese in grado di esportare, tra il 2005 e il 2010, nei cinque Paesi più segnati politicamente: Bahrain, Egitto, Siria, Libia, Yemen. Quasi a testimoniare che i luoghi più poveri del mondo sono anche quelli più armati.
Finmeccanica fa scalpore: gli scandali che colpiscono l’industria bellica
Le tratte con i Paesi più in difficoltà sono rappresentate anche da diverse “strategie aziendali”: un importante scandalo che ha colpito nel 2010 Finmeccanica, il colosso aziendale che calamita la maggioranza delle imprese coinvolte nel settore, ne è un chiaro esempio. L’8 giugno di quell’anno, infatti, Lorenzo Cola, consulente dell’azienda, fu arrestato con una pesante accusa: riciclaggio di 8 milioni e 300 mila euro utilizzati per l’acquisto di importanti quote della società Digint. Cola, insieme al socio Gennaro Mokbel, intendeva sfruttare tale società per ottenere appalti nell’ambiente militare. Questa strategia avrebbe determinato libero accesso alle forniture di armamenti prodotti dalle aziende del gruppo, che avrebbero poi provveduto a rivendere sul mercato asiatico per fissare l’apertura di una società nella Repubblica di Singapore. Da progetto questa società sarebbe dovuta diventare la centrale di smistamento per forniture di armamenti. Essendo Finmeccanica un gruppo industriale appartenente per il 35% al pubblico, il governo decise di intervenire, attribuendo ampi poteri all’amministratore delegato Orsi, che fu arrestato pochi mesi dopo con accusa di miliarcorruzione internazionale per la fornitura di elicotteri militari all’esercito indiano, i cui ricavi sarebbero stati l’ancora di salvataggio del gruppo industriale italiano.
La proposta: investire nel settore, unico porto sicuro dell’economia
L’11 aprile di quest’anno, il Fatto Quotidiano pubblicava un articolo in cui riportava una testimonianza di Nicola Perrotti, presidente dell’Anpam, l’associazione nazionale armi e produttori. Perrotti propone una nuova ricetta per uscire dalla crisi: ripartire dalle armi, probabilmente il settore italiano più solido al momento. Sottolineando che non sussiste il bisogno di ‘aiuti’ da parte dallo Stato. Esso dovrebbe soltanto limitarsi a non applicare inutili ostacoli per permettere all’industria bellica made in Italy di potersi finalmente confrontare in modo decisivo con la concorrenza estera. Quale ingenuità credere che il made in Italy fosse noto per Gucci, Prada, Armani, o i prodotti tipici… A quanto pare siamo dei maestri nel settore bellico. Il marchio più conosciuto al mondo è Beretta che, non solo rappresenta la più antica ditta di armi, ma è anche leader mondiale nella produzione di quelle leggere. La polizia statunitense ha in uso proprio una fornitura speciale di pistole Beretta. L’ISTAT sottolinea che non esiste crisi per l’esportazione delle armi bresciane: sono cresciute di oltre il 20% le esportazioni di armi provenienti da tale area, che nel 2012 hanno raggiunto la cifra record di 316 milioni di euro. I principali destinatari continuano ad es sere gli Stati Uniti (119 milioni di euro), ma tra i maggiori acquirenti compare la Turchia (oltre 36 milioni), l’India (oltre 10 milioni), la Russia (quasi 10 milioni) e, soprattutto una new entry, la Malaysia (5 milioni) mentre segnano un evidente calo le esportazioni verso i paesi dell’Unione europea (-5,6%).
Un commercio finanziato dalle banche
La già citata Finmeccanica, nel corso dell’ultimo ventennio, si è andata sempre più concentrando sul settore militare ritirandosi gradualmente da quello civile (energie alternative, trasporti ecc.). Il commercio delle armi è, infatti, aumentato del 24% in 5 anni e, fondamentale al conseguimento di questo risultato, è stato l’intervento degli istituti di credito. Le banche più versate in questo genere di trattative sono Bnl, Bnp Paribas, seguita da Unicredit Group e Intesa San Paolo, insieme a tutti i gruppi che tra il 2000 e il 2009 sono stati assorbiti da esse. I finanziamenti possono avvenire in modi diversi, ma quello che viene evidenziato da alcuni studiosi del settore è che talvolta il cliente non è al corrente che all’interno di un determinato fondo possono comparire azioni di aziende legate all’industria pesante.
La diplomazia di piombo
Conseguenza logica, quanto immediata, è quindi quantificare l’importanza che il mercato delle armi gioca negli accordi di politica estera fra gli stati, che cominciano a spogliarsi della loro apparenza diplomatica ed economica. Un esempio? Il già noto accordo tra la Grecia e i paesi europei: dietro all’elargizione della ingente somma concessa dall’eurozona per evitare il tracollo economico vi è un accordo per forniture di armamenti, da parte di Francia e Germania, che ammonta a 7 miliardi di euro, il 3% del PIL della nazione ellenica. Un secondo eloquente esempio è la recente fornitura d’armi dalla Gran Bretagna allo Srilanka: il paese in fatti è da pochi anni uscito da una esacerbante guerra civile durata 30 anni che ha visto contrapporsi l’esercito centrale e i separatisti “Tigri Tamil”. Il “The Indipendent” svela la commissione d’armi da parte del governo inglese per una fattura di circa 3 milioni di sterline. Una cifra irrisoria rispetto alle spese nel mondo armamentario, che tuttavia è valsa ai Tamil una remissione di tutte le richieste di asilo politico nei Paesi europei.
Arm Therapy
Tale condotta deve essere demotivata e punita, il rischio è quello di cadere in nella trappola dell’arm therapy: ovvero la distorsione economica per cui un Paese in crisi può trovare sollievo economico nell’industria armata, che vorrebbe un incremento occupazionale associato ad un alto rendimento monetario. La dimostrazione dell’inconvenienza di questa pratica viene, neanche a dirlo, proprio dall’Italia: l’acquisto dei cacciabombardieri F-35 dagli Stati Uniti, al fronte di 10 miliardi di spesa per l’acquisto di 131 veicoli (poi ridotti a 90) e di 30 miliardi per il mantenimento durante il loro ciclo vitale, avrebbe dovuto generare 10.000 posti di lavoro; in realtà si è dimostrato che la spesa di 40 miliardi può generare solo 2.500 posti di lavoro (accordo chiaramente svantaggioso), oltre all’ammontare dei difetti di progettazione degli aerei che hanno portato la Turchia a prendere in considerazione l’annullamento dell’ordine. Un investimento di 40 miliardi di euro dovrebbe essere suddiviso nei settori statali e privati che in Italia hanno maggiormente accusato la recessione economica, per la creazione, o quanto meno il recupero, di posti di lavoro produttivi, nel senso proprio della parola (ovvero che a fronte dell’investimento generano un valore aggiunto utile a tutto il Paese).
E la libertà umana?
Il mercato delle armi non è valore aggiunto di uno Stato, può diventare invece ulteriore fattore affossante di un sistema economico. Lo stesso sistema economico che dovrebbe essere orientato dalla politica verso il bene dei cittadini, un bene non subordinato alla pretesa di acquisto di armamenti per la loro difesa. Ed è inoltre disdicevole che questo possa creare, utilizzando una parola di moda, degli “inciuci” con Stati tesi alla violazione di diritti umani. Per evitare ciò è necessario un cambiamento di priorità nella regolamentazione degli scambi e una vera e propria corsa al disarmo per il raggiungimento di una libertà umana non solo cartacea, ma reale.
Nathascia Severgnini
n.severgnini@educazioneliberta.it
Giovanni Salvetti
g.salvetti@educazioneliberta.it
Guendalina Ferri
g.ferri@educazioneliberta.it
FONTE: http://www.educazioneliberta.it/2013/04/chi-ci-guadagna-dalle-guerre/

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